Giù le mani da San Paolo
Vannacci arruola l'Apostolo tra i «camerati» e trasforma il Vangelo in propaganda. Ma per usare le Scritture bisognerebbe almeno conoscerle. E soprattutto accettarle tutte.
C’è un limite anche alla provocazione. E non perché esistano parole che non possano essere pronunciate o idee che debbano essere sottratte alla discussione pubblica. Il limite arriva quando la provocazione pretende di travestirsi da cultura. Quando una citazione viene strappata dal suo contesto, privata del suo significato e utilizzata come una clava contro qualcuno. E quando, per dare una benedizione postuma alla propria propaganda, si arriva persino ad arruolare Paolo di Tarso tra i «camerati».
No, generale Vannacci. San Paolo non era un camerata!
E il problema non è soltanto l’infelicità della parola. Il problema è tutto ciò che quella parola rivela: l’idea che duemila anni di cristianesimo, di esegesi, di teologia e di storia possano essere compressi dentro uno slogan buono per strappare un applauso.
Ha citato Paolo: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi».
Benissimo. Allora leggiamolo, Paolo. Tutto, però!
Non soltanto le sei parole che fanno comodo a un comizio.
Leggiamo l’uomo che scrive che non c’è più Giudeo né Greco, schiavo né libero. Leggiamo l’Apostolo che mette l’amore sopra ogni altra cosa. Leggiamo quello che chiede alle comunità di farsi carico dei più deboli. Leggiamo Paolo quando costruisce comunità nelle quali le differenze non vengono cancellate, ma cessano di essere motivo per stabilire chi abbia maggiore dignità.
E soprattutto impariamo a distinguere «chi non vuole lavorare» da chi non può lavorare, da chi un lavoro lo cerca e non lo trova, da chi fugge dalla miseria, dalla guerra o dalla fame, da chi lavora dodici ore nei campi per pochi euro, da chi vive ai margini di una società che troppo spesso pretende di giudicarlo prima ancora di conoscerne il nome.
Perché è proprio lì che una citazione apparentemente innocua diventa ideologia.
Paolo non stava scrivendo il programma economico di Futuro Nazionale. Non stava elaborando una teoria sui sussidi agli immigrati. Non stava dividendo l’umanità tra produttivi meritevoli di mangiare e improduttivi da abbandonare alla propria sorte.
E certamente non conosceva il fascismo.
Definirlo «camerata» non è dunque una lettura audace delle Scritture. È semplicemente un anacronismo trasformato in espediente retorico.
Ma forse c’è qualcosa di ancora più serio.
Da qualche tempo una parte della politica sembra aver scoperto Dio, la Bibbia, i santi, i crocifissi e la Tradizione cristiana come un immenso magazzino di simboli dal quale prendere ciò che serve. Una frase qui, una croce là, un santo arruolato alla bisogna. Il cristianesimo diventa così un’identità da brandire anziché una domanda dalla quale lasciarsi mettere in discussione.
È comodissimo. Molto meno comodo è il Vangelo.
Perché il Vangelo ha il pessimo vizio di parlare dello straniero, dell’affamato, del nudo, del prigioniero, dell’ultimo. Ha il pessimo vizio di raccontare un samaritano – uno straniero – come esempio di umanità. Ha il pessimo vizio di identificare Cristo proprio con chi ha fame, con chi ha sete, con chi è forestiero.
Ed è per questo che le Scritture sono pericolose per qualsiasi propaganda: appena si smette di ritagliarne una frase e si comincia a leggerle davvero, diventano molto più difficili da addomesticare.
Perciò il problema non è difendere San Paolo da Roberto Vannacci. Paolo di Tarso è sopravvissuto a imperi, persecuzioni, guerre, dittature e ideologie: sopravviverà certamente anche a questa.
Il problema è difendere lo spazio pubblico dalla manipolazione.
Si può essere di destra, di sinistra, liberali, conservatori, progressisti. Si può discutere duramente di immigrazione, welfare, sicurezza, lavoro. Si può sostenere persino che determinati sussidi vadano aboliti. È politica. Ed è legittimo farlo.
Ma si abbia almeno il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie idee.
Senza mettere una divisa a San Paolo.
Senza trasformare un Apostolo in un militante.
E soprattutto senza chiedere alle Sacre Scritture di fornire l’alibi morale a ciò che abbiamo già deciso di pensare. Perché se proprio qualcuno vuole arruolare Paolo di Tarso nella propria battaglia politica, deve sapere che potrebbe ritrovarselo dalla parte sbagliata della barricata.
O, forse, da quella giusta!