Non è politica. È irresponsabilità.
Dalle parole ai fantasmi della storia: quando la politica legittima l'odio invece di costruire una comunità. ra slogan, nostalgie e linguaggio dell'odio, la responsabilità di chi parla al Paese non può essere archiviata come una provocazione.
Ci sono parole che, pronunciate da un leader politico, smettono di essere semplici slogan. Diventano messaggi. Legittimano comportamenti. Costruiscono un clima. E quando quel clima alimenta l’odio, il confine tra propaganda e responsabilità pubblica viene oltrepassato.
Definire gli avversari politici “poveri comunisti”, contrapporre caricature sprezzanti ai “veri lavoratori”, ridurre milioni di persone a bersagli di scherno non è il linguaggio di chi vuole guidare un Paese. È il lessico della divisione, della ricerca del nemico, dell’identità costruita contro qualcuno.
Ma c’è un elemento ancora più inquietante.
Quando un comizio si conclude con il grido fascista del “Me ne frego”, non si può liquidare tutto come una provocazione. Quelle parole hanno una storia. Portano con sé il peso di un regime che ha negato libertà, perseguitato oppositori, trascinato l’Italia nella tragedia della guerra. Richiamarle oggi significa giocare con simboli che dovrebbero appartenere definitivamente ai libri di storia, non ai palchi della politica.
E quando, sotto quel messaggio, qualcuno scrive: “Generale, appena dai il segnale partiamo e facciamo pulizia fatta bene, aspettiamo da 80 anni…”, il problema non è soltanto chi ha scritto quel commento. Il problema è il clima che rende possibile scriverlo, raccogliendo centinaia di approvazioni.
Le parole non sono mai innocenti. Chi esercita una leadership ha il dovere di sapere che ogni frase pronunciata può diventare una miccia nelle mani di chi è già predisposto all’intolleranza.
L’Italia conosce troppo bene il prezzo pagato quando la politica ha scelto di trasformare gli avversari in nemici, quando ha alimentato il rancore invece del confronto, quando ha sostituito il dialogo con la forza.
Per questo il problema non riguarda una parte politica contro l’altra. Riguarda la qualità della nostra democrazia.
L’Italia non ha bisogno di odiatori seriali. Non ha bisogno di leader che vivono di contrapposizioni permanenti, di slogan che dividono, di nostalgie più o meno esplicite. Ha bisogno di donne e uomini capaci di ricucire il tessuto civile, di abbassare i toni, di ricostruire fiducia.
In un tempo attraversato da guerre, paure e profonde fratture sociali, servono pacificatori, non incendiari.
Don Lorenzo Milani sintetizzò tutto questo in due parole che restano una bussola morale: I CARE. “Mi sta a cuore”. Mi importa dell’altro, anche quando non la pensa come me. Mi importa della dignità di ogni persona. Mi importa della convivenza democratica.
È questa la vera alternativa al “Me ne frego”.
Tra l’indifferenza e la responsabilità, tra l’odio e la cura, tra la nostalgia dei muri e la fatica dei ponti, ogni giorno una democrazia sceglie che cosa vuole diventare.
E oggi, più che mai, l’Italia ha il dovere di scegliere la strada dell’umanità, della memoria e della pace. Perché la storia insegna che l’odio, quando viene coltivato per convenienza politica, non resta mai confinato ai comizi: prima o poi scende nelle piazze, entra nelle case e avvelena una comunità intera.