Custodire la verità
Ci siamo abituati a pensare che il problema della comunicazione sia la velocità. Che basti rallentare il flusso delle notizie, verificare una fonte in più, arginare una fake news. Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas, ci obbliga invece a cambiare prospettiva. La questione non è innanzitutto tecnologica. È antropologica.
«La verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione.»
Basterebbero queste parole per comprendere la portata della sfida che abbiamo davanti.
Viviamo in un tempo nel quale la verità rischia di essere confusa con ciò che ottiene più clic, più visualizzazioni, più condivisioni. L’autorevolezza viene spesso sostituita dalla popolarità, la competenza dalla capacità di occupare lo spazio pubblico, il confronto dall’indignazione permanente. Non vince necessariamente chi ha ragione. Vince chi riesce a farsi ascoltare di più.
È una trasformazione silenziosa, ma profonda. Perché quando la verità diventa proprietà di chi dispone di maggiore potere economico, tecnologico o mediatico, smette di essere il terreno sul quale una comunità costruisce il proprio futuro. Diventa uno strumento di dominio.
Per questo Leone XIV parla di “ecologia”. Una parola che, troppo spesso, associamo esclusivamente all’ambiente. E invece ogni ecologia riguarda anzitutto la custodia di un habitat. Se l’aria è inquinata, respirare diventa difficile. Se è la comunicazione a essere inquinata, diventa difficile perfino distinguere ciò che è vero da ciò che è falso.
L’habitat della verità vive di equilibrio. Ha bisogno di regole, di responsabilità, di limiti. Per questo la trasparenza degli algoritmi e la tutela dei dati personali non sono semplici questioni riservate agli esperti di informatica. Sono questioni di giustizia. Quando pochi soggetti decidono quali contenuti amplificare, quali rendere invisibili e quali orientare attraverso logiche che nessuno conosce, il rischio non è soltanto una cattiva informazione. È l’indebolimento stesso della libertà.
Ma sarebbe un errore attribuire ogni responsabilità alla tecnologia.
Gli algoritmi non inventano l’odio. Lo amplificano. Le piattaforme non creano la superficialità. La rendono più redditizia. L’intelligenza artificiale non sostituisce il giudizio umano. Può però anestetizzarlo, se rinunciamo alla fatica del pensiero critico.
Ecco perché il Papa non demonizza mai gli strumenti. Sarebbe troppo semplice. Chiede piuttosto che l’uomo torni a governarli, senza diventarne suddito.
Esiste poi un altro passaggio dell’enciclica che merita particolare attenzione. L’ecologia della comunicazione non si costruisce soltanto con nuove norme. Si costruisce ricostruendo relazioni.
Per decenni abbiamo indebolito tutti quei corpi intermedi che rendevano possibile il confronto: il giornalismo autorevole, le associazioni, la scuola, l’università, le comunità educanti, perfino il dialogo familiare. Oggi paghiamo il prezzo di questa frammentazione. Sempre più soli davanti a uno schermo, sempre meno capaci di verificare, di ascoltare, di cambiare idea.
La comunicazione, invece, è sempre un fatto comunitario. La verità nasce dal dialogo, dall’argomentazione, dalla disponibilità a lasciarsi interrogare dalla realtà. Mai dall’autosufficienza.
È qui che si gioca anche la responsabilità del mondo della scuola. Educare non significa soltanto trasmettere competenze digitali. Significa formare donne e uomini capaci di riconoscere una fonte attendibile, distinguere un’opinione da un fatto, sottrarsi alla dittatura dell’emotività istantanea. Significa educare alla pazienza della ricerca, alla bellezza del dubbio, al coraggio della verifica.
Anche il giornalismo è chiamato a interrogarsi. Non basta essere i primi. Occorre essere credibili. In un tempo che premia la velocità, la credibilità diventa l’atto più rivoluzionario che una redazione possa compiere.
L’enciclica di Leone XIV ci ricorda, in definitiva, una verità tanto semplice quanto esigente: nessuno possiede la verità. Tutti, però, siamo responsabili del clima nel quale la verità può essere cercata, riconosciuta e condivisa.
Custodire la verità significa custodire la libertà. Perché quando la verità diventa il privilegio di pochi, prima o poi anche la libertà smette di appartenere a tutti.