Il problema non è l’IRC. È chi non sa più cosa sia la scuola.
C'è un equivoco che torna ciclicamente: confondere l'Insegnamento della Religione Cattolica con il catechismo. Ma il vero rischio oggi è un altro: ridurre la scuola a un insieme di nozioni, privandola delle grandi domande che formano l'uomo.
Ogni pochi mesi qualcuno decreta la morte dell’IRC. Cambia il nome della disciplina che dovrebbe sostituirlo, ma la logica resta sempre la stessa: eliminare ciò che non si conosce.
Il paradosso è che molti di coloro che propongono di abolire l’Insegnamento della Religione Cattolica non sono mai entrati davvero in una lezione di IRC. Ne parlano per stereotipi. Immaginano catechismi, preghiere obbligatorie, lezioni confessionali. La realtà, invece, è molto diversa.
Da anni entro in classe e non ho mai avuto davanti semplicemente degli studenti. Ho incontrato volti. Ragazzi innamorati e ragazzi soli. Giovani feriti, pieni di domande, spesso arrabbiati con il mondo e, qualche volta, anche con Dio. È da lì che nasce una lezione di Religione. Non da un catechismo da ripetere, ma dall’ascolto, dalla risposta a una domanda semplice “come stai?”. Non da risposte già confezionate, ma dal coraggio di abitare insieme le grandi domande dell’esistenza. Perché educare non significa convincere qualcuno che la pensa come noi. Significa accompagnarlo nella ricerca di una verità che nessuno può consegnargli già pronta.
Nelle nostre aule si parla di guerra e di pace, di amore e di violenza, di giustizia e di perdono, di dipendenze, di intelligenza artificiale, di ambiente, di legalità, di morte e di speranza. Si legge la Bibbia, ma anche i giornali. Si studia il cristianesimo e si conoscono le grandi religioni del mondo, ma soprattutto si impara a guardare l’altro negli occhi, riconoscendone la dignità prima ancora delle idee. Perché dietro ogni ragazzo c’è una storia che merita di essere ascoltata, accolta e rispettata. Nessun preconcetto. Nessuna risposta preconfezionata. Solo il desiderio di cercare insieme il senso delle cose. Ho letto un commento secondo il quale, nell’ora di IRC, si fa intrattenimento. Evidentemente il dotto autore pensa di essere al Circo.
Il problema è che oggi sembra dare fastidio qualsiasi disciplina che chieda agli studenti di interrogarsi sul significato dell’esistenza. Va bene parlare di competenze, di algoritmi, di performance. Molto meno fermarsi a chiedersi che cosa renda una vita buona, che cosa significhi amare, soffrire, perdonare, morire.
Eppure è esattamente questo che la scuola dovrebbe fare.
Non perché debba educare a una fede, ma perché deve educare persone.
L’IRC non è un privilegio della Chiesa. È una disciplina scolastica a tutti gli effetti, che utilizza il patrimonio culturale del cristianesimo per offrire strumenti di comprensione della storia, dell’arte, della filosofia, della letteratura e della società in cui viviamo. È uno spazio di dialogo, di confronto, di pensiero critico. È il luogo in cui le differenze non vengono cancellate, ma comprese.
A chi propone di sostituirlo verrebbe da rivolgere una domanda molto semplice: avete mai assistito davvero a una lezione di Religione? Perché il dibattito pubblico continua a discutere di un’idea dell’IRC che, nelle scuole italiane, semplicemente non esiste più da decenni. Vengano pure, se vogliono, siamo a disposizione.
Forse il problema non è la Religione cattolica.
Forse il problema è che abbiamo smesso di credere che la scuola debba formare persone capaci di pensare, e non soltanto studenti capaci di rispondere a un test.
Chi continua a confondere l’IRC con il catechismo non conosce la scuola di oggi. Perché nelle nostre aule non si insegna a credere. Si insegna ad ascoltare, a pensare, a confrontarsi, ad avere cura dell’altro. Si insegna che dietro ogni idea c’è una persona e dietro ogni persona c’è una storia. E forse è proprio questo che, oggi, qualcuno non riesce più a comprendere.