Editoriali

No, non è normale!

E meno ancora lo è un Paese che ne sta facendo un esempio praticamente a reti unificate e certa polita che gli strizza l'occhio

C’è qualcosa di ancora più inquietante della violenza. È il momento in cui smettiamo di riconoscerla come tale.

Negli ultimi giorni – la cronaca è ben nota a tutti – un uomo ha deciso di sostituirsi allo Stato. Ha immobilizzato un’altra persona, l’ha colpita ripetutamente e poi ha raccontato tutto sui social con il tono di chi rivendica un’impresa. Sotto quel video, migliaia di commenti di approvazione. «Ha fatto bene». «Ci vorrebbero più uomini così». «Finalmente qualcuno che interviene».

È qui che la cronaca finisce e comincia la politica.

Perché il problema non è soltanto un uomo che picchia un altro uomo. Il problema è una società che comincia a considerare quella violenza una risposta legittima. È l’idea che lo Stato sia un ostacolo, che la legge sia troppo lenta e che, in fondo, ciascuno possa amministrare da sé giustizia, ordine e sicurezza.

No. Non funziona così.

Se una persona è aggressiva intervengono le forze dell’ordine. Se è in evidente stato di alterazione intervengono anche i sanitari. Se ha commesso un reato sarà un giudice a stabilirlo. Questa si chiama civiltà giuridica. Tutto il resto ha un nome molto più semplice: legge del più forte.

E la legge del più forte non ha mai costruito una democrazia.

C’è poi un secondo elemento che non può essere ignorato. Chi ha compiuto quell’aggressione non si è limitato a rivendicare il gesto. Ha scelto di rappresentarlo come un modello, richiamando pubblicamente un preciso universo politico e culturale. È un fatto che impone una domanda a chi quel mondo lo rappresenta: la violenza privata può davvero essere considerata una forma di ordine?

Se la risposta è no, allora le distanze devono essere nette, pubbliche, inequivocabili.

Perché le parole hanno conseguenze. Da anni il dibattito pubblico si nutre di un linguaggio che divide il mondo tra persone perbene e nemici, tra chi merita diritti e chi non li merita più, tra esseri umani e problemi da eliminare. Quando questo accade, qualcuno prima o poi si sentirà autorizzato a fare il passo successivo: trasformare quell’idea in un pugno.

È così che ogni deriva autoritaria trova terreno fertile.

Il fascismo non è soltanto un capitolo della storia. È un modo di concepire il potere. È la convinzione che la forza valga più del diritto, che l’obbedienza sia preferibile alla libertà, che chi è diverso possa essere umiliato senza che questo susciti scandalo.

Non arriva all’improvviso.

Si insinua lentamente. Comincia quando applaudiamo il più forte. Quando chiamiamo coraggio ciò che è prepotenza. Quando confondiamo la sicurezza con la vendetta. Quando un pestaggio viene raccontato come un gesto di responsabilità civica.

La sicurezza è un’altra cosa.

È uno Stato presente. Sono forze dell’ordine preparate e rispettate. È una sanità capace di prendersi cura della fragilità. Sono servizi sociali che non vengono smantellati. È una politica che investe nelle istituzioni invece di alimentare l’illusione dell’uomo forte.

Per questo oggi la domanda non riguarda soltanto chi ha colpito.

Riguarda ciascuno di noi.

Perché una democrazia non muore quando qualcuno sferra il primo pugno. Comincia a morire quando quel pugno viene applaudito. Ed è allora che dovremmo trovare il coraggio di pronunciare le uniche tre parole che contano davvero.

No. Non è normale!