Stiamo perdendo i nostri ragazzi
L'ennesima rissa a Venafro non è solo un fatto di cronaca. È il segnale di una crisi educativa che nessuna repressione, da sola, potrà mai risolvere.
Ancora una notte di violenza. Ancora giovani che si affrontano davanti a un bar. Ancora un’ambulanza, un pronto soccorso, i Carabinieri chiamati a ricostruire l’accaduto. A Venafro (IS) quattro ragazzi sono stati coinvolti in una rissa. Uno di loro è finito in ospedale con il naso fratturato e diverse escoriazioni. Le indagini chiariranno responsabilità e dinamica dei fatti. La giustizia farà il suo corso.
Ma ciò che è accaduto non può essere archiviato come l’ennesimo episodio di cronaca nera. Perché il problema non è soltanto ciò che è successo a Venafro. Il problema è che sta succedendo ovunque.
Cambiano le città, cambiano i protagonisti, ma il copione resta sempre lo stesso. Un insulto, uno sguardo, una parola fuori posto, l’alcol che abbassa ogni freno, la rabbia che esplode, la violenza che prende il sopravvento. A Napoli un ragazzo di appena diciotto anni ha ridotto in fin di vita un uomo di settant’anni colpevole soltanto di avergli rivolto un rimprovero. Potremmo continuare con un elenco lunghissimo di aggressioni, pestaggi, coltelli estratti per motivi insignificanti, risse che trasformano una serata tra amici in un campo di battaglia.
Ormai non ci stupiamo più. È questo il dato più inquietante.
Abbiamo finito per considerare la violenza giovanile come un elemento ordinario del nostro tempo. Ci indigniamo per qualche ora, affidiamo il nostro sdegno ai social, invochiamo pene più severe e poi aspettiamo la prossima tragedia.
Eppure la domanda continua a essere sempre la stessa: perché?
Perché tanti ragazzi sentono il bisogno di ubriacarsi fino a perdere il controllo? Perché la forza fisica sembra essere diventata l’unico linguaggio capace di risolvere un conflitto? Perché cresce l’incapacità di gestire una frustrazione, una sconfitta, una provocazione?
Sono domande che riempiono convegni, libri, dibattiti televisivi e articoli di giornale. Le risposte, invece, continuano a essere drammaticamente assenti.
Da anni il dibattito pubblico sembra conoscere quasi esclusivamente una strada: quella della repressione. Più controlli, più telecamere, più pattuglie, pene più severe.
Tutto necessario. Guai a sostenere il contrario. Uno Stato serio deve garantire sicurezza e punire chi commette reati.
Ma davvero pensiamo che basti?
La repressione arriva sempre dopo. Quando il volto è già tumefatto. Quando il sangue è già sull’asfalto. Quando qualcuno è già in ospedale o, peggio ancora, dentro una bara.
La repressione contiene il danno. L’educazione evita che quel danno si produca.
Ed è proprio qui che emerge il grande vuoto della nostra società. Chi sta educando davvero questi ragazzi?
Non basta scaricare ogni responsabilità sulle famiglie, spesso lasciate sole ad affrontare trasformazioni culturali enormi. Non basta delegare tutto alla scuola, i cui insegnanti sono chiamati ogni giorno a supplire a carenze educative che non appartengono soltanto al loro compito. Non basta confidare nella buona volontà di qualche associazione, di qualche parroco, di qualche allenatore o di qualche educatore che, spesso in silenzio, continua a tenere aperti spazi di speranza.
Serve molto di più. Serve una scelta politica, culturale e sociale che rimetta l’educazione al centro dell’agenda del Paese.
Possibile che si trovino risorse per affrontare continuamente le emergenze e non si riesca a costruire un grande piano nazionale per la formazione delle coscienze?
Dove sono gli investimenti strutturali nei luoghi di aggregazione? Dove sono gli educatori di strada? Dove sono i progetti permanenti per accompagnare gli adolescenti? Dove sono le politiche di sostegno alle famiglie? Dove sono gli spazi in cui un ragazzo possa imparare a conoscere se stesso prima ancora che a difendersi dagli altri?
Abbiamo lasciato che intere generazioni crescessero convinte che la libertà coincidesse con l’assenza di regole. Abbiamo confuso i diritti con l’assenza di responsabilità. Abbiamo sostituito l’autorevolezza con la paura di dire dei no.
E oggi raccogliamo ciò che abbiamo seminato.
Non possiamo continuare a rincorrere le emergenze. Ogni rissa, ogni pestaggio, ogni coltello estratto per un motivo insignificante rappresenta il fallimento di una comunità che ha smesso di interrogarsi sul proprio compito educativo.
Per questo il Nuovo Umanesimo non è uno slogan culturale, né un tema da convegno. È una necessità storica. Significa rimettere al centro la persona, ricostruire relazioni, restituire autorevolezza agli adulti, creare luoghi in cui i giovani possano sperimentare il senso del limite, della responsabilità, della bellezza e della gratuità. Significa investire risorse vere nell’educazione, nella cultura, nello sport, nell’associazionismo, nel sostegno alle famiglie, nella presenza di educatori e psicologi nei territori. Non come interventi straordinari, ma come una scelta permanente.
Don Lorenzo Milani scriveva che «non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere». È una lezione che conserva una straordinaria attualità. Prima dei metodi vengono gli uomini. Prima delle strategie vengono le coscienze. Prima dei decreti vengono gli esempi.
Abbiamo riempito il dibattito pubblico di parole come sicurezza, controllo e repressione. Tutte necessarie. Ma nessuna di esse, da sola, è capace di generare un ragazzo migliore. Si può impedire un reato. Non si costruisce un uomo con una sanzione.
È arrivato il momento di avere il coraggio di pronunciare di nuovo la parola educazione. Non come un richiamo nostalgico al passato, ma come il più moderno e rivoluzionario investimento sul futuro.
Perché una società che spende milioni per riparare i danni prodotti dalla violenza e fatica a investire nella formazione delle coscienze è una società che rincorre continuamente le proprie sconfitte.
Il Nuovo Umanesimo comincia esattamente da qui: dalla scelta di credere che nessun ragazzo nasce violento, ma che ogni ragazzo può essere lasciato solo. E quando una comunità lascia soli i propri giovani, prima o poi finisce per ritrovarseli davanti non come figli da accompagnare, ma come problemi da reprimere.
È una sconfitta che non possiamo più permetterci. Perché, prima ancora di perdere una battaglia contro la violenza, stiamo perdendo i nostri ragazzi.